martedì 5 marzo 2013

I PADRI DOMENICANI ALLA RELIGIONE


            A Toscolano i domenicani arrivarono nel XII secolo, poco dopo la fondazione del loro Ordine.
            Ma perché quest’Ordine scelse proprio Toscolano?
            Per capirlo dobbiamo risalire alle  origini ed ai loro scopi.
            L’ordine dei Predicatori Domenicani fu fondato da S.Domenico di Guzmàn, nel 1206 e fu approvato dal Papa Onorio III nel 1216. La loro finalità era la salvezza delle anime grazie alla predicazione e all’insegnamento, ma l’intento immediato col quale sorse fu la lotta contro le dottrine ereticali del Medio Evo e contro coloro che le impersonavano (i patarini, gli albigeni, ecc.).
          Per svolgere tale compito i domenicani volsero particolari cure alla loro formazione intellettuale. Lo stesso fondatore S.Domenico si dedicò alla riconversione degli eretici ed a bloccare gli effetti dell’eresia.
            Questi religiosi, il cui abito è  composto da tonaca e scapolare bianco con cappa e cappuccio neri ed un cingolo di pelle al quale è appeso il rosario, seguono la regola di S.Agostino. Il loro stemma è una croce gigliata bianconera.
        Nel 1229 divenne vescovo di Brescia il frate Guala dei domenicani e fu il primo vescovo di quest’ordine italiano. Da questo particolare è evidente che la diffusione dei loro conventi nel territorio bresciano fu sostenuta dallo stesso vescovo.
             I conventi dei domenicani si estesero nel XIII secolo specie dove era più diffusa l’eresia “patarina” fra cui Toscolano e Nave, entrambi luoghi dove erano in attività diverse cartiere.
            L’eresia “patarina” fu un movimento religioso della parte più umile del popolo, sorto a Milano verso la metà del XI° secolo ed era diretto contro gli abusi dell’alto clero. I seguaci di questo movimento dagli avversari furono chiamati, per dileggio, patarini, dal luogo dove si radunavano (pataria, deposito di cenci e ferri vecchi, frequenti allora nella via di Milano tuttora detta dei Pattari).
Gli storici  Paolo Guerrini e Guido Lonati ritengono che i frati non giunsero a Toscolano solo per assistere gli infermi e i pellegrini dell’ospizio, ma per affrontare l’eresia particolarmente diffusa fra gli straccivendoli che, numerosi, frequentavano le cartiere locali per fornire la materia prima per la fabbricazione della carta.
            Attiguo all’ospizio fu costruito nel secolo XII un piccolo tempio cristiano dedicato a S.Lucia.
        Fu appunto al principio del sec.XIII, dopo la fondazione dell’ordine domenicano, che il comune cedette ai frati l’intero complesso (Ospizio e chiesa), compresi i terreni di Grecenigo, vale a dire luogo erboso. I monaci trasformarono l’ospizio in un convento e ampliarono la chiesetta che assunse al rango d’Abbazia domenicana. Con duro lavoro  trasformarono le terre incolte e paludose del delta in campi fecondi, piantandovi viti, olivi e limoni e dando inizio alla più importante attività di Toscolano: l’industria cartaria. La prima cartiera ad entrare in funzione fu quella detta “di sopra”, cui seguì, dopo il prolungamento della seriola per irrigare i campi e muovere le macchine, quella “di sotto”, nonché altre due piccole laterali.
         Per facilitare il commercio dei loro prodotti e l’attracco dei barconi, costruirono anche un porto chiamato “Porto dei frati”, per differenziarlo da quello del comune che si trovava in contrada “Benaco”. Sull’area interrata del “Porto dei frati” fu costruito, agli inizi del 1900 l’Oleificio Sociale che ebbe però breve durata e che, in tempi recenti, fu trasformato in un capannone per il rimessaggio delle barche, attività ora scomparsa.
      Secondo una pergamena che si trova nell’Archivio Vescovile di Brescia, nel 1279 l’opera d’assestamento e di bonifica era  tanto avanzata da includere la cinta muraria del brolo, parte della quale esiste tuttora.
            I domenicani, quasi alla vigilia dal loro esodo da Toscolano, bonificarono anche i terreni divenuti di loro proprietà sulla sponda destra del fiume (promontorio di Maderno) chiamati “Onglarino” dal latino glare, in altre parole ghiaia, con preciso riferimento allo strato ghiaioso del terreno sottostante.
            Nel tempo acquistarono altri beni a Maderno, tra i quali i monti di Seasso e, a Toscolano, Livrana e Selva Oscura, per ricavarne legna e fieno.
            Un ricordo della presenza dei frati, come ricorda G.Lonati, è un’ara romana, che in questo caso, altro non è che una parte di un’antica colonna capovolta, che ora si trova nel cortile della canonica di Maderno con incisa una croce e la data del 1693. Tale colonna che molto probabilmente fu recuperata, con tanti altri pezzi, fra i resti della villa romana di Toscolano, fino ai primi decenni del secolo scorso si trovava in località “Bolzem”, in fondo al lungolago di Maderno dove svetta un imponente platano. Questa località è stata sempre chiamata “la crocetta” per il motivo che i frati la utilizzavano come reggi croce, come testimonia il foro posto al centro del basamento, e fu posta come meta delle loro processioni.
        Intorno al 1440, convento, chiesa e beni passarono in commenda (tipo di contratto in uso nel Medioevo che dava la facoltà d’uso di un beneficio ecclesiastico vacante senza che la persona ne diventasse proprietario) al patrizio Bartolomeo Malipiero o Maripietro e nel 1471 a Marino Badoaro.
            Nel 1479 i domenicani rimasti convinsero lo stampatore Gabriele di Pietro, che lavorava a Messaga presso il fabbricante di carta Scalabrino Agnelli, a trasferirsi al convento con la sua attrezzatura, dove stampò diversi libri.
            Nel 1483 Papa Sisto IV° incorporò i beni al Convento di S.Croce della Giudecca di Venezia, perciò i frati furono costretti ad abbandonare il lago.
            A seguito di un incendio che distrusse il loro convento a Venezia nel 1562, i beni di Toscolano furono venduti ai Monaci di S.Salvatore a Brescia, divenuti Canonici lateranensi di S.Afra, chiamati anche frati Agostiniani o padri del Rocchetto, i quali vi rimasero fino al 1772 e, con notevole lavoro, riportarono al loro aspetto originario i fabbricati e le industrie che erano stati a lungo trascurati.
Fu nel 1772 che nacque in una delle piccole cartiere presso il porto, figlio d’operaio, Bartolomeo Bertolazza, anch'esso operaio negli anni giovanili, divenuto poi famoso suonatore di mandolino e compositore d’opere musicali.
            Dopo il 1772, soppresso il monastero, il Senato veneto vendette i beni a Giovanni Torre che, nel 1793, a sua volta, li rivendette al nobile Angelo Olivari di Salò e, infine, nel 1815, passarono in proprietà ai Visintini di Morgnaga di Gardone Riviera. Fabio Visintini nel suo libro “Memorie di un cittadino psichiatra” precisa che del vecchio convento è tuttora conservata la porta ad arco ogivale che dava accesso alla sala refettorio, successivamente diventato magazzino, situata all’angolo nord-est del cortile di casa, chiuso a nord e ad ovest da quelle parti di fabbricato che, in seguito a diverse modifiche, furono abbellite da un portico costruito sulle colonne recuperate dall’atrio del tempio crollato di S.Antonio in Toscolano, e divennero l’abitazione della sua famiglia.
        Intanto, afferma Fabio Visintini, il nome alternativo e più antico del luogo “Grecenigo” fu definitivamente perduto per essere sostituito con quello di Religione di San Domenico.
            Di quel borgo medievale non restano oggi che poche e labili tracce, mentre a lungo sopravvisse la festa di S.Domenico nella cui ricorrenza il parroco di Toscolano si recava là con tutti i sacerdoti del comune di Toscolano per celebrare la S.Messa, mentre nei dintorni si svolgeva una fiera.
            Nel Museo Civico di Verona è depositato il “Sigillum Conventus Sancti Dominici de Tusculano”.
            Fin qui le notizie che ci ha fornito lo storico Donato Fossati nel vol.II° Storie e Leggende.
         Dai documenti esaminati e trascritti nella tesi di laurea sull’argomento da parte di Silvia Tisi, attinti all’Archivio di Stato di Milano, risulta che il convento era denominato “Religione di S.Domenico” e si possono conoscere i suoi membri. La comunità era retta da un “preposito” il quale era il principale responsabile dell’organizzazione materiale e spirituale della casa. Era in sostanza un fratello maggiore degli altri frati, ma primo in dignità, nel lavoro e nella carità. Oltre al “preposito” vi erano alcuni “fratres”, semplici chierici o forse anche solo laici. I “prepositi”erano per lo più preti ma provenivano da altri paesi (escluso Toscolano), mentre i “Fratres” provenivano da Toscolano o dalle zone vicine.
Erano proprietari di numerosi terreni non solo a Toscolano e Maderno, ma anche nei comuni vicini e nella Valtenesi. I terreni erano dati in affitto dai tre ai nove anni, dietro pagamento in natura (olio, vino, capponi, polli, tordi, frutta, frumento, ecc.) e, in parte minima, in denaro. Interessante esaminare il tipo dei terreni che davano in affitto. Potevano essere per terra olivata (coltivazione ad olivi), terra vidata (coltivazione a vite), terra rosiva (coltivata a roseum, pianta che produce una sostanza usata in tintoria), terra loriva (coltivata ad alloro), terra vegra (appezzamento incolto).

                                                                                                     Andrea De Rossi

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