Il celebre musicista e compositore Alfredo Catalani, nato a Lucca nel
1854 e morto a Milano nel 1893, era affetto da tisi come lo furono il fratello
e la sorella, per cui negli ultimi anni della sua vita venne a Maderno per due
anni successivi per ragioni di salute. Fu ospite nell’antica Farmacia Podestini
che in quel tempo era ubicata di fronte all’ex macelleria Vassalini in Via
Benamati, come afferma Guido Lonati nel suo volume la Pieve ed il comune di Maderno.
Le sue opere teatrali furono ELDA rappresentata a Torino nel 1880. Seguirono
DEJANICE, EDMEA, LORELEY e WALLY (1892). Queste due ultime le ha certamente
elaborate a Maderno, quando veniva per curare la sua malferma salute. Catalani,
in punto di morte, raccomandò la sua Wally, ad Arturo Toscanini perché ne
avesse cura. Toscanini diede perfino il nome di Wally ad una delle sue figlie.
sabato 14 aprile 2018
venerdì 6 aprile 2018
BOMBACCI NICOLA A MADERNO
Fra i vari gerarchi che la R.S.I. portò con sé a Maderno nel
1943 vi fu anche il famoso BOMBACCI NICOLA ex fondatore del partito comunista,
amico e collega di Mussolini quando esercitavano l’attività di Maestri di
scuola. Entrambi militarono nel partito comunista agli inizi del ‘900 per poi dividersi
politicamente .Quando Bombacci si
trovava nelle file del comunismo , gli squadristi – riferendosi alla sua barba ne volevano farne “uno spazzolino per
pulire gli stivali di Benito Mussolini.
Con la sua famiglia (moglie e figlia) abitò in un primo tempo
a Gargnano per poi trasferirsi a Maderno. In un primo tempo fu ospite del
Albergo Maderno, poi si trasferì nella frazione di Gaino presso la famiglia
G:B: Spagnoli (fornaio) e successivamente presso la famiglia dei fratelli Mario
e Lino Zanini dove coabitò fino all’aprile 1945.
Inizialmente non aveva compiti precisi e si occupava di
questioni sociali .Poi ebbe un Ufficio a Maderno presso il Ministero
dell’interno ed in fine divenne
consigliere personale di Mussolini partecipando alle riunioni del Consiglio dei
Ministri che si tenevano a Villa Bettoni a Gargnano.
Quando il 18 aprile 1945 Mussolini con la sua vecchia Alfa
abbandonò Gargnano per recarsi a Milano, Bombacci lo accompagna sullo stesso
mezzo. Nella fuga verso la Svizzera il Bombacci fu sempre nella stessa auto di
Mussolini. Poi i partigiani lo prelevarono ed assieme ad altri lo fucilarono a
Dongo. Il suo corpo fu esposto insieme agli altri gerarchi e a Mussolini in
Piazzale Loreto a Milano, La salma fu poi sepolta nel Cimitero di Musocco.
mercoledì 4 aprile 2018
KAPPLER A MADERNO
Come è noto
dalla fine del 1943 all’Aprile 1945, quando fu proclamata la Repubblica Sociale
Italiana, la cosidetta R.S.I., anche a Maderno furono posti diversi importanti
Uffici della nuova Repubblica. Presso l’Albergo Golfo fu collocata la Sede del PartitoFascista
Repubblicano con a capo Alessandro PAVOLINI
mentre nell’edificio scolastico si installò il Ministero dell’Interno
nel quale si sono alternati due Ministri: BUFFARINI e ZERBINO. Però non furono
soli perché accanto al loro Ufficio si mise HERBERT KAPPLER Tenente Colonnello
delle SS e già Comandante della Gestapo di Roma il quale, in sostanza,
rappresentava Hitler, per cui i Ministri erano soggetti al suo controllo.Questo
Ufficiale tedesco della SS divenne in quel tempo noto per aver dato ordine di
trucidare 335 civili a Roma presso le Fosse Ardeatine come rappresaglia per
l’attentato dei GAP in Via Rasella a Roma dove persero la vita 33 soldati tedeschi che stavano sfilando per
quella strada.
Allo stesso
Kappler gli venne attribuito l’operazione
della scoperta del luogo dove era detenuto Mussolini e della sua successiva liberazione, della
cattura di Galeazzo Ciano e Mafalda di Savoia, nonché l’asportazione di oro
dalla Banca d’Italia a Roma.
Egli durante
il soggiorno a Maderno fu ospite presso la Foresteria del Ministero
dell’Interno che si trovava presso l’ex Istituto Cremonese sul Lungolago di
Maderno .
Fece
annullare tutti i permessi di circolazione dei militari e dei civili perché non
contenevano la sua firma. Gli stessi permessi furono rifatti con la firma del
Capo della Polizia ed anche quello dello stesso Kappler.
sabato 3 marzo 2018
UN PICCOLO RICORDO PERSONALE DELL'ULTIMA GUERRA
Il palazzo della Società Montecatini di Milano bombardato dagli aerei dopo il febbraio 1943
Sono nato nel 1925 ed ho sempre
vissuto a Maderno sul Garda. In quel tempo, avevo da pochi mesi compiuto i 17
anni, ero impiegato presso la Montecatini-Duco di Milano e ad ogni fine
settimana ritornavo a casa con il treno ed il battello, non solo per ritrovare
la mia famiglia, ma anche per fare la scorta di viveri, dato che quello che
passava la mensa era limitatissimo. Il ritorno a Milano avveniva la domenica
pomeriggio. Con il battello arrivavo a Desenzano e, per giungere alla stazione
ferroviaria, c’era, quando era possibile salirci, una piccola e sgangherata
corriera che funzionava a carbonella la quale, a fatica nella ripida salita,
riusciva ad arrivare alla stazione ferroviaria.
La
sera del 14 febbraio 1943, come di frequente accadeva, il treno proveniente da
Venezia giunse con un’ora di ritardo. Era così affollato di gente che l’unica
possibilità di salirci sopra era quella di introdursi attraverso i finestrini
come spesso capitava. Giungemmo a
Brescia alle ore 22,30 e nella nostra carrozza, dove ci trovavamo già pressati
uno contro l’altro come tante acciughe, riuscirono ad introdursi altre quattro
persone. Da loro apprendemmo che da un quarto d’ora era suonato l’allarme
aereo. Con ripetuti sforzi della locomotiva, dato il forte carico, il treno
riuscì ad avviarsi verso Milano. Dopo alcuni chilometri, un soldato che si
trovava inchiodato contro un finestrino ci disse che in direzione di Milano si
vedevano scoppi d’artiglieria antiaerea. Man mano che il treno proseguiva verso
il capoluogo lombardo, ci rendemmo conto che si trattava di un grande attacco
aereo. Dopo molti sforzi e gomitate riuscii a giungere vicino al finestrino in
modo da poter vedere ciò che stava accadendo. Nel cielo si osservavano numerosi
scoppi di artiglieria antiaerea che si accendevano a forma di piccoli globi per
spegnersi subito. Quello che più impressionava erano i numerosissimi razzi
illuminanti che venivano lanciati dagli aerei. Ci fu poi un momento di stasi
quando giungemmo nei pressi di Rovato, ma poi tutto d’un tratto riprese con più
violenza. Evidentemente si trattava di un’altra ondata d’aerei giunti sulla
città. Alla stazione di Rovato il treno si fermò ed i passeggeri, che erano
pigiati negli scompartimenti, ne approfittarono per scendere sul marciapiede
sia per vedere lo spettacolo che per sgranchirsi e per .respirare un po’
d’aria. Dopo circa mezz’ora la locomotiva lanciò un fischio per avvertire che
il treno era in partenza. Naturalmente ci volle un bel po’ di tempo per
riuscire a starci tutti.
Il
viaggio proseguì e, dopo Chiari, la sparatoria cominciò a diminuire fino a
cessare completamente. Erano le 23,30. Giunti a Treviglio venimmo a conoscenza
che c’era ancora l’allarme aereo ma che l’attacco su Milano era terminato.
Pensammo perciò di poter giungere presto alla stazione centrale. Dopo Melzo e
precisamente a Pioltello il treno si fermò nuovamente, poi retrocesse un po’.
Solo dopo la partenza ci fu detto che le carrozze erano state poste su un
binario morto, mentre la locomotiva era andata avanti per verificare le
condizioni della linea ferroviaria.
Passarono
alcune ore prima che il treno ripartisse. Io avevo solo un piede appoggiato a
terra così come lo aveva una signora di fronte a me. Decidemmo, a turno, di
occupare con l’altro piede l’unico spazio libero disponibile. Dato che l’attesa
si faceva lunga e che eravamo a meno di otto chilometri da Milano, nonostante
il freddo, molti viaggiatori cominciarono a scendere ed avviarsi a piedi verso
la periferia della città. Fu allora che potei
finalmente scendere a terra. Uno spettacolo impressionante mi si
presentò davanti agli occhi. In tutte le direzioni si vedevano grossi incendi
che illuminavano il cielo. Dalla stazione di Pioltello non ci furono comunicate
notizie circa la situazione ferroviaria perché tutte le linee telefoniche erano
interrotte. Ci assicurarono poi che saremmo partiti per Milano solo verso le
dieci del mattino. Invece, dopo tre ore di sosta, il capotreno ci avvertì della
partenza. Infatti alle tre e mezza il treno si mise in moto. Giunti alla
periferia di Milano cominciammo a vedere da entrambi i lati della linea
ferroviaria, numerosi e grossi incendi. Dal finestrino vedemmo che tutti i fili
aerei della linea erano a terra spezzati e contorti. Alla stazione di Lambrate
il treno si fermò ancora e ci misero su un binario morto. Numerose persone ne
aproffittarono per scendere ed incamminarsi verso le loro abitazioni. Scesi
anch’io ma per sedermi su una panchina ad osservare un incendio che divampava
poco distante. Dopo un po’ giunsero i Vigili del Fuoco gettando sul rogo fiumi
d’acqua, sollevando fiamme color bianco. Alle sette non erano ancora riusciti a
domarlo.
In
seguito allo sfollamento di numerosi viaggiatori, verso le sei, riuscii a trovare uno scompartimento quasi vuoto e
potei riposarmi. Alle sette il treno si mise in moto e raggiunse, con molte
difficoltà, la stazione centrale mezz'ora dopo.
Appena
sceso a terra mi si presentò uno spettacolo sconvolgente. La stazione era stata
colpita da numerosi spezzoni incendiari, ma non da bombe dirompenti. Per
giungere a piedi alla mia abitazione situata in Via della Moscova, dovetti
attraversare numerosi rioni devastati dalle bombe. Naturalmente i tram non
funzionavano perché buona parte delle strade era intransitabile a causa delle
macerie delle case colpite. Incendi divampavano ancora in numerose case. La
manifattura tabacchi di Via Moscova era stata colpita in pieno ed una grossa
nube con fumo acre si espandeva nei dintorni togliendo perfino il respiro.
Fortunatamente la casa in cui ero alloggiato era rimasta intatta, quindi potei
finalmente riposare un po’.
A
quelle condizioni era divenuto impossibile e pericoloso rimanere in città, per
cui la settimana stessa presentai le dimissioni ed all’inizio del mese di marzo
abbandonai definitivamente Milano per ritornare a Maderno,
venerdì 23 febbraio 2018
L'ANTICO CANALE CHE SI TROVAVA DIETRO LA CHIESA DI MADERNO
La foto in alto è il particolare di un'altra più grande risalente alla fine dell'800 che riprende tutto il promontorio di Toscolano-Maderno. Da questo ingrandimento, per la prima volta, si vede il canale o fossa che giungeva allora fin sotto il campanile e che, anticamente, circondava la chiesa ed era chiamato il "bacino della fossa". Essendo con il tempo divenuto un deposito di rifiuti, fu coperto completamente nel 1901. Durante la dominazione veneta il castello fu trasformato in un palazzo pubblico in cui aveva sede il Giudice chiamato allora Vicario. Sulle rovine del castello, devastato da un grande incendio, fu costruita la chiesa che fu inaugurata nel 1825.
Come si vede esaminando attentamente la foto, in quel tempo non esisteva ancora il primo tratto di lungolago che avrebbe collegato la Piazza con l'approdo dei battelli, opera che fu realizzata nel 1901. In quel tempo i battelli approdavano vicino alla spiaggia dietro la quale sorgeva una casetta dove si trovava "l'osteria del vapore". Soltanto nel 1925, nello stesso luogo, sorse l'albergo Milano. Chi doveva prendere il battello doveva percorrere la strada che passava a sinistra della chiesa, girare intorno al campanile, sorpassare il "bacino della fossa" per giungere alla spiaggia dove si fermava il battello. Per salirvi, poi, occorreva munirsi di un pò di coraggio perché si doveva transitare su alcune assi traballanti sostenute da cavalletti in legno.
mercoledì 21 febbraio 2018
TRA FASCISTI E TEDESCHI NON C'ERA SEMPRE AMICIZIA
Era la domenica del 30 aprile 1944, quando un reparto della SS tedesca, proveniente da Gargnano, ove risiedeva Mussolini, ha circondato con numerose armi un locale a Maderno in Via Benamati nel quale il Ministero dell'interno della R.S.I. aveva depositato numerosi generi alimentari e di vestiario che da poco erano stati requisiti dai fascisti.
Ne venne sequestrata ed asportata una ingente quantità che fu posta su autocarri e trasferita dai tedeschi altrove.
Circolava voce che i tedeschi avessero voluto vendicarsi per una azione che loro stessi avevano progettato ma che, invece, fu realizzata prima dai fascisti.
Durante questa operazione tutte le strade circostanti furono bloccate da soldati armati.
mercoledì 31 gennaio 2018
ATTIVITA' SCOMPARSE. I CARBONAI
L’attività dei carbonai localmente chiamati “carbunèr”, ormai scomparsa, in passato era molto estesa fra i boscaioli, grazie alla notevole disponibilità di materia prima nei nostri monti: la legna.
Il
carbone era il combustibile necessario all’alimentazione delle officine per la
lavorazione del ferro e del rame che si trovavano nelle valli delle Camerate e
delle Cartiere.
Il
procedimento per la realizzazione del carbone era lungo e faticoso. Dopo aver
tagliata la legna necessaria (faggio e carpino) il carbunèr lo accatasta sulla “gial”
(una piazzuola di circa sei metri di diametro precedentemente predisposta)
in modo del tutto particolare per formare il “poiàt” (catasta di legna). Nel mezzo della giàl è posto un cilindro e, intorno, sono disposti i rami più
lunghi legati quasi a forma di gabbia. Intorno sono ammucchiati i ceppi di
legna gli uni sugli altri, quelli più sottili a quelli più grossi. I più grossi
sono posti all’esterno, fino a raggiungere
un’altezza di 2-3 metri .
Sopra quest’enorme catasta di legna si mettono paglia e fieno marcio e, sopra
ancora, del terriccio, lasciando aperto solo lo sfogo superiore da dove il carbunèr appicca il fuoco. Poi la bocca
viene chiusa affinché all’interno non si sviluppino fiamme.
La
combustione deve essere lenta, ed in genere, dura una settimana. Di conseguenza
il carbunèr, spesso aiutato dai
membri della famiglia, si deve costruire un riparo nelle vicinanze per
controllare costantemente, giorno e notte, il poiàt, affinché non si sviluppi la fiamma. In questo malaugurato
caso, tutto il lavoro andrebbe disperso.
Quando
la catasta di legna è divenuta carbone, il carbunèr
toglie la terra che ricopre il poiàt
e attende che il carbone si raffreddi. Su 100 quintali di legna si ottiene la
quantità di carbone che oscilla dal 20 al 50%.
A
questo punto il lavoro è finito. Il carbone è posto nei sacchi per essere
trasportato nei luoghi di vendita.
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